Il Fondo Benedettino è l’antica e prestigiosa collezione dei Padri Benedettini del Monastero di S. Nicolò l’Arena di Catania. Esso si compone di circa 18.000 volumi ed è il risultato di diverse donazioni e acquisti avvenuti dal XVI al XIX secolo. E’ costituito da manoscritti, pergamene, erbari, disegni, incunaboli, cinquecentine e volumi a stampa e rappresenta un importante contributo alla conoscenza generale del contesto scientifico e culturale e delle pratiche del collezionismo diffusosi in Sicilia specialmente nel XVIII secolo.

I volumi appartenenti al Fondo Benedettino sono ancora oggi collocati nella maestosa Sala Vaccarini, storica libraria dei monaci cassinesi.

Il patrimonio delle Biblioteche Riunite “Civica e A. Ursino Recupero” si pregia di una notevole collezione di esemplari rarissimi e preziosi: 2.000 manoscritti, 132 incunaboli, circa 4.000 cinquecentine e un’ampia varietà di pergamene e disegni.

Il fondo più ricco e prezioso è quello originario dei Padri Benedettini che vanta una Bibbia miniata in oro di Pietro Cavallini, risalente al 1300 (considerata una delle cinque più belle al mondo): un codice in folio di 440 carte (Vecchio e Nuovo Testamento con Le Epistole a Prologhi di San Girolamo), di scrittura gotica, e arricchita da titoli rubricati e iniziali istoriate. Tra gli altri esemplari di pregio l’Officium B.M.V., codice del XV secolo impreziosito da capilettera e iniziali in oro e a colori e da 21 miniature di cui alcune a piena pagina, attribuite al miniatore Bartolomeo Varnucci d’Antonio di Luca di Jacopo; il Salterio del XIII secolo, Il Martirologio del XIII secolo, il Calendario in caratteri ebraici del Rabbino Emmanuel del XIII secolo, il De Priapea del XV secolo redatto in scrittura crittografica.

Tra le più antiche pergamene si annovera un diploma di concessione della chiesa di S. Maria madre del Signore, fatta dal vescovo di Catania Ansgerio il 30 settembre del 1113 al monastero benedettino di S. Maria di Josaphat; il diploma del 1188 con cui Guglielmo II, da Messina, conferma le elargizioni concesse precedentemente con un diploma dato in Palermo nel 1186; il diploma di Federico re di Sicilia che, nel 1200, da Palermo, volle confermare alla Chiesa di Catania i diritti di cui aveva goduto S. Maria de Robore in territorio di Adrano. Per le primissime edizioni a stampa si segnalano i Commentaria di Cesare, stampato nel 1469 dai tipografi tedeschi Sweynheim e Pannartz; il De bello italico adversos gotos di Leonardo Bruni, detto Aretino, stampato nel 1470 a Forlì; le nove Commedie di Aristofane, stampate a Venezia nel 1498 da Aldo Manuzio.


Il ricco patrimonio librario e manoscritto che costituisce il fondo benedettino rappresenta il frutto degli interessi collezionistici di alcuni monaci della biblioteca, dediti a molteplici filoni di studio: antiquaria, storia, teologia, scienze, naturalia.

La sezione naturalistica, oggetto del progetto di digitalizzazione, vanta numerosi profili di rilievo che hanno contribuito alla diffusione della scienza all’interno del monastero.

Vito Maria Amico

Vito Maria Amico (Catania, 1697 – 1762) e Placido Maria Scammacca (Catania, 1700 ca. – 1787), protagonisti della storia della biblioteca nella prima metà del ‘700, ma soprattutto grandi appassionati di studi naturalistici e di antichità. Scammacca e Amico, due figure diverse ma complementari, ebbero il merito di impreziosire il nucleo originario del fondo benedettino con l’acquisto di codici miniati, manoscritti, incunaboli e volumi a stampa rari e pregevoli, e di istituzionalizzare, negli anni 30 del ‘700,  il Museo benedettino, contiguo alla biblioteca, la cui collezione scientifica si era arricchita grazie alle frequenti donazioni e agli acquisti.


Placido Maria Scammacca

Scammacca, durante i suoi frequenti viaggi a Napoli e a Roma, entrando in contatto con eruditi a antiquari, adoperò le sue ricchezze per l’acquisto di prestigiosi volumi destinati ad arricchire la biblioteca e di reperti riservati al museo. Testimonianza degli acquisti sono le note di possesso visibili su alcuni volumi e manoscritti. A lui infatti si deve, ad esempio, l’acquisto degli splendidi erbari, dipinti e secchi, di Sabbati Liberato, del XVIII sec.

Emiliano Guttadauro

Sulla scia degli interessi naturalistici, nel locale antistante l’antica libreria benedettina, nella seconda metà del ‘700, fu allestito un gabinetto scientifico in cui confluì una ricca collezione di conchiglie appartenenti all’abate Emiliano Guttadauro (Siracusa, 1759 – Catania, 1836), grande studioso di malacologia e botanica. A lui, inoltre, fu attribuita la realizzazione di un orto all’interno del monastero, che ospitava non solo piante del territorio etneo ma specie vegetali di tutta l’isola. Alla collezione malacologica fu affiancato un ricco corredo librario di circa 3200 volumi di scienze naturali, tra cui molte opere rare e di pregio.  

Impegnato ad attirare personalità scientifiche di rilievo intorno al monastero fu, invece, l’abate Giovan Francesco Corvaja (Palermo, 1782 – Catania, 1852), che introdusse gli studi di astronomia e gnomonica all’interno del monastero.

Nel 1838 affidò la ripresa di lavori per la costruzione della meridiana all’interno della chiesa di S. Nicolò l’Arena al barone tedesco Wolfgang Sartorius von Waltershausen e si prodigò per rendere ancor più maestoso il monastero ornandolo di portici, eleganti gallerie e di un “caffé-house” con la tribuna centrale a cupola, goticheggiante e adorna di colonne tortili e pareti maiolicate, giovandosi dei consigli e dell’opera dell’architetto Mario Musumeci.

Gregorio Barnaba La Via

Altro collezionista che accrebbe la sezione naturalistica del fondo benedettino, fu Gregorio Barnaba La Via (Nicosia, 1793 – 1854), uno dei fondatori dell’Accademia Gioiena. Appassionato di mineralogia e geologia, approfondì i suoi studi scientifici, favorito dall’intensa attività di ricerca condotta in quegli anni sull’isola, su cui giunsero scienziati di fama europea, come Dolomieu e Spallanzani, che si dedicarono allo studio del vulcano Etna. Trasferitosi poi a Perugia, dal 1828 al 1830 , ospite del monastero di S. Pietro, iniziò la sua preziosa collezione di minerali, che si accrebbe degli esemplari più rari e ricercati.

Al suo rientro in Sicilia, La Via fu chiamato a ricoprire il ruolo di priore presso il monastero di S. Nicolò l’Arena di Catania, dal 1838 al 1848, e per accogliere la sua ricca collezione di minerali fu allestito, in un locale che comunicava con l’orto botanico del monastero, un gabinetto mineralogico in cui era possibile ammirare, tra gli scaffali, cristalli, carbonati e solfati. La Via continuò a collaborare con l’Accademia Gioiena attraverso la redazione periodica del Bullettino delle tornate ordinarie, e si dedicò, inoltre, alle indagini sull’agricoltura, partendo dai suoi studi di geologia e fornendo, nei suoi scritti, consigli pratici su come ricavare maggiore utilità e ricchezza dalle piante.

Allo sviluppo delle scienze agraria e botanica è collegata la figura di  (Catania, 1813 -1897), studioso eclettico che ricoprì, sin dal suo ingresso al monastero, l’incarico di bibliotecario presso la libreria benedettina. I suoi interessi spaziavano dalla mineralogia alla geologia, dalla medicina alla chimica, ma nel 1842 fu chiamato a ricoprire la cattedra di Botanica presso la Regia Università di Catania, segno che la conoscenza enciclopedica del sapere, tipica dei suoi predecessori e dell’ambiente claustrale, era destinata ad eclissarsi a favore di una progressiva divisione delle scienze. Studioso della flora locale, Tornabene curò la realizzazione di un orto botanico universitario a Catania, sul modello di quelli delle grandi città, come Pisa, Bologna e Roma, occupandosi, in prima persona, della scelta e dell’acquisto del luogo destinato al progetto, e ricoprendone il ruolo di direttore fino al 1881.