Nell’ambito del progetto Diffondo 3.0, di rilevante importanza è stato il lavoro svolto per la riproposizione digitale dei ventiquattro schedari del catalogo del Fondo Benedettino, partendo da una versione cartacea, l’unica posseduta, risalente alla fine dell’Ottocento.

 

Ingresso delle Biblioteche Riunite “Civica e A. Ursino Recupero” di Catania
La biblioteca come luogo di desiderio della conoscenza

Ogni qual volta si entra in una biblioteca si è pervasi, principalmente, da due sensazioni: da una parte, il desiderio di conoscenza, il motivo primario per cui si è deciso di varcare l’ingresso, e dall’altra parte, il timore di non riuscire a soddisfare la propria sete di conoscenza.

In nostro soccorso, oltre al preziosissimo bibliotecario, custode per vocazione e per dovere di quel sapere, troviamo un mobile caratterizzato da numerosi cassettini, all’interno dei quali è conservato il catalogo cartaceo, organizzato in schede, principalmente ordinate alfabeticamente per autore che custodiscono le coordinate da seguire per trovare il materiale di cui si è alla ricerca.

 


Cataloghi delle Biblioteche Riunite “Civica e A. Ursino Recupero” di Catania
L’importanza del catalogo

Il catalogo è uno strumento essenziale, redatto sulla base di regole e procedure nazionali ed internazionali universalmente conosciute e condivise. Esistono diversi tipi di catalogo: dal catalogo per autore e titolo, ai cataloghi semantici, a quelli topografici, ai cataloghi organizzati in base al tipo di materiale (ad esempio manoscritti, libri rari, cinquecentine, etc.) o all’arco cronologico e così via. A prescindere dal tipo di catalogo, è indiscutibile che il catalogo è l’unico mezzo di connessione che abbiamo con il libro ricercato e non è un caso che nella Guida classificata di Biblioteconomia, alla voce ‘catalogo’ si legge: «è il medium che consente alla biblioteca e al lettore di incontrarsi.»

 


L’innovazione risponde sempre ad un’esigenza

Se fino a poco tempo fa era necessario recarsi fisicamente in biblioteca per poter consultare il catalogo, grazie alle più sofisticate innovazioni tecnologiche nel campo della digitalizzazione, è oggi possibile consultare alcuni dei cataloghi delle più importanti biblioteche anche tramite il web.


L’intervista

Nell’ambito del progetto Diffondo 3.0, di rilevante importanza è stato il lavoro svolto per la riproposizione digitale dei ventiquattro schedari del catalogo del Fondo Benedettino, partendo da una versione cartacea, l’unica posseduta, risalente alla fine dell’Ottocento. Si tratta di cataloghi a schede mobili, nate in Francia alla fine del ‘700 e introdotte in larga scala in Italia a fine ‘800 grazie ad Aristide Staderini, legatore-tipografo con il genio creativo dell’inventore.

Per saperne di più sono state intervistate la Direttrice delle Biblioteche Riunite “Civica e A Ursino Recupero” di Catania, Rita Angela Carbonaro e l’esperta di catalogazione e metadatazione impegnata nel progetto, Graziana Oliveri.

 

Dott.ssa Carbonaro potrebbe descrivere i cataloghi a schede mobili del Fondo benedettino custoditi all’interno delle Biblioteche Riunite “Civica e A Ursino Recupero”?

I ventiquattro cataloghi a schede mobili contano oltre diecimila schede, ordinate alfabeticamente per autore e titolo, dalla composizione eterogenea, furono manoscritte da diversi bibliotecari e il cui valore aggiunto è la trascrizione di fine Ottocento di Carmelo Ardizzone, autore del riordino del patrimonio bibliografico benedettino e successivamente bibliotecario titolare. I ventiquattro cataloghi coprono 266 anni di pubblicazioni, con un arco cronologico che va dal 1600 al 1866. Sono uno strumento prezioso non soltanto per la ricerca dei testi ma anche una vera e propria fonte della ‘memoria’ per chiunque voglia tessere la lunga e affascinante storia dei nostri monaci benedettini.

Ogni catalogo a schede, della dimensione di 9 cm al dorso e 12 x 23 cm per le schede, è stato realizzato in pelle marrone, senza rinforzi agli angoli, tra il 1897 e il 1901. Le schede forate, sono tenute in posizione orizzontale da quattro bacchette metalliche verticali nelle quali sono inserite. La chiusura a vite è posizionata al centro all’esterno. Le schede, in carta robusta, riportano le seguenti indicazioni: autore, titolo, città, editore, anno, formato, pagine, numero dei volumi. In alto a destra, è indicata la segnatura composta da 3 numeri: il primo indica la sala, il secondo indica lo scaffale o la ‘scanzia’ e il terzo numero indica il posto che il libro occupa nei palchetti.

Scheda del catalogo benedettino digitalizzata

Qual è la singolare storia del ritrovamento di questo prezioso catalogo di fine Ottocento?

Nel corso del tempo ho esplorato ogni angolo della Biblioteca per avere un quadro completo del manufatto e del suo contenuto. Un giorno sono entrata in uno sgabuzzino, dal Refettorio piccolo, all’interno del quale essendo crollato il soffitto era difficile l’accesso. Come è possibile immaginare, al suo interno trovai materiale inutile, di poco valore e ammalorato.  Ma continuando a scrutare il materiale, dietro due scale di legno appartenenti alla Libreria benedettina meglio nota come ‘Sala Vaccarini’, mi sono accorta che poggiato in una rientranza della parete, si intravedeva un sacco di canapa, coperto di terriccio e pezzi di intonaco. Incuriosita, con grande fatica l’ho trascinato fuori e aperto. Tante schede piegate, accartocciate e sporche. Grande l’emozione e la sorpresa quando ho visto il contenuto. Aprendone una, dalla segnatura, ho capito subito che erano le schede del catalogo dei libri del Fondo Benedettino trascritte da Carmelo Ardizzone. Immediatamente ho pensato a come recuperarle. Prima le ho spolverate una ad una, poi protette con un panno di seta le ho stirate con il ferro da stiro, ed infine le ho ordinate alfabeticamente. A questo punto nasceva il problema del catalogo. Sono tornata a spulciare tra la polvere e le ragnatele e ho travato prima i ventiquattro contenitori, alcuni con i piatti staccati, altri con delle fratture al dorso e in fine le finiture in ferro e le vite per chiuderle.

È mai stato restaurato il catalogo ottocentesco ritrovato da lei in uno sgabuzzino della Biblioteca?

In passato la Biblioteca ha attraversato momenti di difficoltà per l’assoluta mancanza di risorse finanziarie e di personale. Essere rimasta l’unica dipendente in organico, senza servizio di pulizia e senza stipendio, desta l’interesse di tantissimi, soprattutto di giornalisti che venivano a farmi visita con la richiesta di raccontare e far conoscere a tutti la mia storia.

Una delle tante interviste televisive, nella quale raccontavo la situazione in cui versava la Biblioteca, è stata vista dalla titolare di un bar di Noli in provincia di Savona la quale ha messo un salvadanaio per raccogliere dei fondi per la Biblioteca. È proprio grazie a quella piccola ma significativa donazione, che il catalogo, tolto dall’oblio, è stato restituito alla pubblica fruizione.

Quando fu adottato dalla Biblioteca il sistema a schede mobili brevettato dalla ditta di Aristide Staderini?

Dal 1866 al 1898, nessuno dei bibliotecari che si sono alternati nella direzione della Biblioteca Benedettina, compreso Federico De Roberto, bibliotecario onorario aggiunto, carica che manterrà fino alla data della sua morte, riuscirono a fare un riordino veramente valido del materiale librario.

L’unica moderna classificazione e catalogazione del materiale esistente nella Biblioteca benedettina fino al 1866, data dell’esodo forzato dei monaci, è quella di Francesco Tornabene, che coadiuvato da alcuni monaci amanuensi, ripartì i volumi in stampati e manoscritti, e in varie classi e sezioni. Sarà Luigi Taddeo Della Marra, che nel 1858, rifarà il catalogo con criteri più moderni e funzionali, ordinando i testi non più per nome ma per cognome, anche se comunque, come dirà più tardi lo stesso Carmelo Ardizzone, la ricerca di un libro non era agevole, sia per l’enorme confusione che regnava negli scaffali e sia per la segnatura adottata.

Soltanto, nel 1898, con la nomina di Carmelo Ardizzone, a bibliotecario titolare, paziente e illuminato bibliofilo, la Biblioteca ebbe un vero primo e razionale riordino. L’Ardizzone, oltre all’acquisto del mobile per allocare i cataloghi a schede mobili, seguendo le nuove linee di pensiero introdotte da Alfredo Panizza, ridusse a schede mobili l’ingombrante catalogo a volume redatto, nel 1858, da Luigi Taddeo della Marra, con l’immediato vantaggio di poterlo disporre in ordine lessicografico, di mettere subito a disposizione degli studiosi i libri della Biblioteca e permettere ai lettori di essere autonomi e non dipendere più dal bibliotecario.

Pubblicità del catalogo “Vittorio Emanuele” commercializzato dalla Staderini, con indicazione dei principali clienti, nella «Rivista delle biblioteche», n. 16/17 del 1889.

I cataloghi a schede rappresentano per l’epoca una vera rivoluzione innovativa che va a sostituire i cataloghi a volumi difficili da organizzare e aggiornare.

Dott.ssa Oliveri, a proposito di questa innovativa rivoluzione, ci racconta che cosa sono i cataloghi a schede mobili e chi era Aristide Staderini?

Alla fine dell’ottocento, in Italia, vennero diffusi i sistemi di legatura meccanica per cataloghi, impiegati per la prima volta nella Francia di fine settecento. In particolare, il sistema a volumetti fu introdotto alla Biblioteca nazionale di Roma da Domenico Gnoli, fatto realizzare nel 1882 dalla ditta di Aristide Staderini.

Questi cataloghi, inizialmente detti di tipo ‘Vittorio Emanuele’, furono in seguito comunemente chiamati ‘Staderini’, originariamente per il nuovo sistema di fissaggio delle schede in cassette brevettato dalla stessa ditta romana.

I volumetti, in genere con 9 cm di dorso e schede da 13 x 23 cm, potevano essere realizzati in versioni più semplici ed economiche, oppure con maggiori dettagli estetici e di robustezza, ad esempio, con etichette dorate o con profili metallici per proteggere gli angoli e gli spigoli inferiori.

I cataloghi oggi detti ‘Staderini’ si diffusero soprattutto, nei primi tempi, per iniziativa di bibliotecari che avevano lavorato alla ‘Vittorio Emanuele’ e che nella loro carriera erano stati poi inviati a dirigere altre biblioteche. La larga diffusione di questo tipo di cataloghi nelle biblioteche italiane, dove rimasero in uso per gran parte del XX secolo, rallentò invece l’impiego di schedari con schede del cosiddetto ‘formato internazionale’ di 12,5 cm x 17,5 cm.

Seconda di copertina di un raccoglitore Staderini, con le spiegazioni per l’uso.

Perché è stato importante il lavoro di digitalizzazione del catalogo del Fondo benedettino nell’ambito del progetto di digitalizzazione Diffondo 3.0?

Le oltre diecimila schede cartacee e manoscritte che costituiscono i 24 cataloghi benedettini, di formato staderini, custodiscono, ordinate per autore e titolo, le opere a stampa del Fondo Benedettino delle Biblioteche Riunite “Civica e A Ursino Recupero” di Catania. Per la realizzazione dell’obiettivo ultimo del progetto Diffondo 3.0, cioè la creazione di una biblioteca digitale finalizzata alla conoscenza e alla consultazione del ricco patrimonio librario e manoscritto dell’antica biblioteca benedettina, è risultata, dunque, imprescindibile la digitalizzazione e metadazione del catalogo manoscritto del fondo, di cui si possedeva solo la versione cartacea ottocentesca.

Per l’attività di digitalizzazione si è preferito utilizzare lo scanner planetario Suprascan Quartz A1 HD, per una resa più precisa e chiara delle pagine manoscritte. Per quanto riguarda, invece, la creazione dei metadati relativi alle schede di catalogo, caricate in piattaforma in formato JPEG, si è optato, per facilitare la ricerca e la consultazione degli utenti, di inserire i dati relativi ai campi: Titolo, Autore, Fonte, Editore, Data, Gestione dei Diritti, Relazione, Copertura (ove presente), secondo lo standard Dublin Core.

La riproposizione digitale del catalogo benedettino potenzierà le finalità della biblioteca digitale, popolata dalle copie digitali degli esemplari di tema naturalistico e tecnico-scientifico del fondo, perché faciliterà la ricerca anche tra i volumi a stampa non digitalizzati, e consentirà all’utente di sperimentare, attraverso la navigazione e fruizione delle schede digitalizzate e relativi metadati estratti, la varietà e l’interdisciplinarietà degli interessi e tematiche proprie del collezionismo benedettino.